... direzione che stava fissando poco prima: qualcosa stava veramente accadendo.
Capitolo 2 – Vita in superficie
Ambrielle continuava a fissarsi allo specchio, confusa, persa nei propri pensieri. Osservava con attenzione la propria immagine, commiserandosi, maledicendosi. Poi passava a guardare lo specchio stesso che rifletteva la propria immagine, limpido e ovale; seguiva con gli occhi la cornice di corallo rosa, e le forme che questo creava con molteplici ramificazioni. Poi ancora la sua vista cadeva sulla scrivania, e si soffermava sui ricordi contenuti in tutti gli oggetti, in tutti i dettagli che erano presenti sul quel ripiano, nei cassetti, nei cofanetti. Infine era il suo volto riflesso ad attirare nuovamente la sua attenzione, e a farla ripiombare nella nostalgia e nel rimpianto.
Quando sai che stai per lasciarti alle spalle tutto ciò che sei stata, per voltare pagina e vivere una nuova vita, allora ti rendi conto del valore posseduto da tutto ciò che ti sta intorno, che ti caratterizza ed è parte di te, di quella te che stai per perdere per sempre.
E quella te che vedi oltre lo specchio, è colei che sarai, che sei destinata a diventare.
Questa certezza era fonte di enorme dolore in Ambrielle, che pur essendo splendidamente abbigliata e acconciata per l’imminente cerimonia, scrutava con disgusto la propria immagine oltre la superficie liscia. I dieci tentacoli che le spuntavano dalla sommità del capo e dalla nuca erano intrecciati a formare una morbida chioma, adorni di nastri, di fiocchi e gemme. Indossava un abito intero, stretto e lungo, che lasciava scoperte le spalle e le braccia, e seguiva le forme sinuose del suo corpo longilineo. A partire dai fianchi scendevano due lunghi spacchi laterali, e da qui il vestito si stringeva fino ad arrivare alle caviglie. Era l’abito da sposalizio per le future mogli di un nobile del lago di Aquabah, perfettamente conforme alla tradizione. Era studiato per lasciare scoperte le sottili membrane che spuntano verso l’esterno da braccia e gambe degli squirenidi, per tutta la loro lunghezza e ampie mezza spanna o poco più, e permettono a questa razza di nuotare compiendo il minimo sforzo; proprio come le seppie si muovono in acqua.
Le sue sorelle, ne era certa, erano incredibilmente felici di indossare quell’abito, e lo avrebbero sfoggiato in tutto il suo splendore al banchetto dopo la funzione: ogni squirena adolescente aspetta con ansia il momento in cui viene accolta nella casa del nobile. Fra le giovini che, quell’anno, avevano raggiunta l’età per maritarsi (per la precisione quarantacinque anni nelle società degli squirenidi, ovvero appena uscite dalla adolescenza), diciotto erano state promesse ad Utumno, duca dei flutti settentrionali ad Aquabah. Ambrielle era una di queste, e oggi sarebbe stato il fatidico giorno.
Da millenni questa era la tradizione; un’usanza discesa da necessità biologiche: nel popolo degli squirenidi è rarissimo che nasca un maschio. Può capitare che una coppia dia alla luce cento figlie tutte femmine, e nessun bambino; per questa ragione nella loro società i maschi siano considerati delle benedizioni. E l’erede della famiglia avrà il compito di costruire un harem con centinaia di mogli attorno a sé, nella speranza di concepire a sua volta un figlio.
L’ultima generazione era stata particolarmente fortunata: in tutto il popolo del lago ben sette maschi erano nell’età fertile. Utumno era, fra questi, uno dei più piacenti d’aspetto, e gentile d’animo. Anche per questo, le coetanee anch’esse assegnate al bel nobile, si sentivano estremamente fortunate, e contavano con ansia le ore e i minuti prima dell’inizio della cerimonia, emozionate. Per Ambrielle era diverso. L’intera faccenda: la tradizione, il rapporto con il marito, la responsabilità di partorire un erede maschio, era percepita da lei in maniera differente. Proprio lei, dai lineamenti così delicati e femminili che da tempo non si vedeva una giovane squirena così bella, a cui la veste cerimoniale calzava a pennello e ne esaltava le forme, proprio lei era l’unica ad essere triste, a sentirsi smarrita, svuotata.
Richiuse l’astuccio a conchiglia dove teneva i trucchi, ma non lo ripose subito nel suo usuale cassetto: lo teneva in mano, lo stringeva, lo guardava, ma il suo sguardo era perso nel vuoto, assente. Continuava a chiedersi il perché. Perché non era come le sue sorelle? Perché non poteva godersi questo momento, come avrebbe dovuto? Perché era colma di sofferenza e solitudine, anziché di gioia e serenità?
Ebbe allora la conferma che la causa di questa sua diversità era l’attaccamento ai racconti e alle favole che leggeva da fanciulla: storie sulla gente di terraferma, che vive all’asciutto, sopra la superficie dell’acqua. I popoli che abitavano lassù erano così diversi! Dalle forme più strane e dai costumi più bizzarri; la piccola Ambrielle adorava soffermarsi sui particolari, e più volte ritornava sulla stessa pagina, per cercare di incamerare più dettagli possibile e costruirsi nella mente un’immagine di questo mondo. Le era anche capitato, rare volte, di uscire dal lago, per passeggiare lungo le spiagge che lo costeggiavano: gli squirenidi sono infatti in grado di respirare sia dentro che fuori dall’acqua, ma evitano di allontanarsi troppo dal loro elemento, in quanto la loro pelle si asciuga in fretta e quando ciò accade rischiano di disidratarsi con spiacevoli conseguenze.
Ambrielle si sentiva terribilmente impacciata fuori dall’acqua: le membrane natanti erano completamente inutilizzabili, in più le sue gambe non erano abituate a sopportare il pieno peso del suo corpo, e si muoveva goffamente; ma la sua curiosità per quel mondo stravagante superava il suo imbarazzo, e col tempo imparò a camminare. Ebbe anche il piacere di conoscere alcuni strani personaggi dei popoli che abitavano attorno ad Aquabah, in particolare dei battra, che sono anch’essi una razza anfibia, e si lanciava in lunghe conversazioni con costoro; si faceva raccontare tutto ciò che poteva concernere con la vita in superficie, e confrontava le informazioni ottenute con quelle presenti sui suoi testi.
Ma i racconti che in assoluto prediligeva erano quelli sugli esseri umani. Li trovava fenomenali! Gli uomini protagonisti delle leggende di avventura a lei note erano unici nel loro genere: capaci di compiere incredibili gesta e immani sacrifici, persino mettere in dubbio i propri valori, tutto per inseguire i loro sogni. Spesso erano desideri al di là di ogni possibilità, eppure questo non li scoraggiava affatto. Devoti al loro ideale personale, gli umani erano in grado di spostare montagne. Proprio non riusciva a capire come una razza di individui così attivi e determinati fosse potuta svanire senza lasciare traccia. Forse la loro grande forza di volontà era stata causa sia della loro smodata crescita che del loro rapido declino? Questo non poteva saperlo. Ciò che sapeva, e che più d’ogni altra cosa suscitava il suo interesse, è che in queste storie epiche, uno dei sogni più ricorrenti che portavano gli uomini a compiere le loro imprese, era uno strano fenomeno, che veniva descritto con il nome di “amore”.
Quando chiedeva ai suoi amici che vivevano all’asciutto cosa sapessero sull’amore, questi rispondevano con tono disinteressato: - L’amore? Piccola squirena, ma che vai a preoccuparti di cose simili? L’amore è una “cosa da umani”: serve solo a farti girare la testa e agire in modo irragionevole. Lascia perdere, sarà meglio per te -.
Da quello che la giovinetta aveva compreso di questo concetto, è che doveva essere una specie di sentimento, ma così forte da non poter essere contenuto nell’animo di una singola persona. Sembrava scaturire dal rapporto di due individui, un uomo e una donna, che si considerassero l’un l’altro speciali, in qualche senso. Poi sorgeva il desiderio di stare insieme, e il dolore della lontananza; così pure la preoccupazione che questo sentimento fosse ricambiato, l’intenzione di proteggere e rendere felice il proprio partner, e persino la voglia di scambiarsi dimostrazioni d’affetto con il contatto fisico e il rapporto sessuale.
Per Ambrielle questo “amore”, questo sogno degli uomini pareva così meraviglioso! Non riusciva a comprenderlo nella sua pienezza, era consapevole di ciò; tuttavia la coscienza che fosse possibile provare qualcosa di simile nei confronti di un’altra persona la affascinava immensamente. Che questo sentimento fosse prerogativa degli umani, o magari delle genti di superficie? Avrebbe voluto tanto sapere la risposta.
Nella società degli squirenidi, questo concetto è totalmente sconosciuto: una squirena deve fare del suo meglio per compiere il suo dovere, nei confronti del marito e della famiglia. Punto. Non è prevista l’opportunità di inseguire i propri sogni, tantomeno un sentimento che affonda le proprie radici in un rapporto molto stretto e intimo fra due individui, maschio e femmina. Un sentimento che non ha posto per altre, dozzine di mogli. Un sentimento impossibile.
Ambrielle era conscia del fatto che la sua vita, presente e futura, e quella vita in cui immaginava se stessa come personaggio di un racconto di umani non avrebbero mai potuto conciliarsi. Non avrebbe mai scoperto il significato dell’inseguire disperatamente un desiderio, né avrebbe conosciuto il misterioso amore. Ma aveva sempre avuto difficoltà ad abbandonare definitivamente la speranza: e infatti la sua curiosità non venne meno negli anni che passarono, e nei quali l’adolescente divenne una bellissima giovane squirena.
- Ambrielle, tesoro, sei pronta? E’ un’eternità che sei chiusa dentro! Se hai bisogno di aiuto con il vestito ti posso dare una mano. Lascia che la tua mamma ti aiuti, va bene tesoro? Dobbiamo sbrigarci o faremo tardi alla parata di apertura -. Sua madre bussò con insistenza alla porta della sua cameretta, che da quel giorno sarebbe di sicuro rimasta vuota. Questo la riportò al presente, e tutti i ricordi che stavano affiorando vennero richiusi nel profondo della sua memoria.
Solo da poche ore aveva accusato lo scontro con la dura realtà. Aveva raggiunto l’età per maritarsi, ed era il momento della sua vita in cui avrebbe dovuto rinunciare per sempre alle sue utopie puerili. Lei non era un umano, non era il suo destino ribellarsi alle tradizioni della sua gente… per fare cosa poi? Per andare dove?
Si sentiva stupida. Stupida per aver sperato solo di poter inseguire un sogno, un sogno privo di alcun fondamento. Se avesse potuto sarebbe scoppiata in lacrime, tanto aveva bisogno di sfogarsi, ma gli squirenidi non sono in grado di piangere, uno degli svantaggi della vita subacquea. Poté solo reprimere il rimpianto e la tristezza di cui era colma. Era ora. La cerimonia sarebbe iniziata fra pochi minuti.
Sistemò per l’ultima volta gli oggetti nella sua stanza, collocandoli nelle loro rispettive posizioni come era abituata a fare. Poi fece un lungo respiro.
- Va bene mamma, ho capito! Sto uscendo -. E si chiuse la porta alle spalle.
Capitolo 3 – Magia sperimentale
- Silenzio! – Per la prima volta durante quell’udienza il Sommo Arcimaestro del Circolo... -
Psilvi (375)
(readers: 29, score: 4, max length: 17, underlying passages: 17)
Genres:
Without Genre
This passage has been read by 46 users and has scored 7 points
Genres: Without Genre
Previous passages: 1
Created on: 3/7/07 9:46 PM
Comments: 0
Correct errors
About the story
This work is licensed under a Creative Commons License.