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L'Obelisco e l'umanità perduta

Capitolo 1 - Incontro ai Nove Venti

Doveva essere quasi mezzogiorno. Il sole, raggiunto quasi l'apice della sua escursione, risplendeva di una luce abbagliante sopra i campi del Colle dei Nove Venti, arroventando l'aria. L'Obelisco era giunto lì da poco, prima tappa del suo cammino, speranzoso che si avverasse l'evento tanto atteso, di cui le leggende millenarie parlavano.
Fu da subito sorpreso nell'accorgersi che questo luogo fosse pervaso dal più totale silenzio, una quiete così perfetta da sembrare innaturale, e addirittura assordante. L'ambiente si era completamente ammutolito, e per una evidente ragione: non solo non vi era alcuna forma di vita animale, ma addirittura il vento era completamente svanito, soppresso. Da ciò, L'Obelisco ebbe la conferma che aveva raggiunto il posto giusto.

Aveva già fatto molta strada, ma non era stanco nelle membra, né nell'animo: sarebbe stato pronto a fare un viaggio cento volte più lungo se fosse stato necessario alla sua ricerca; ciò a cui stava per assistere avrebbe fatto la differenza fra l'inizio di una lunga avventura e la definitiva perdita della speranza di trovare le proprie origini, e così pure il proprio destino.
"Ad Akhàtuan, sul Colle dei Nove Venti, apparirà lo Spirito del Grano, anima di frumento dal volto immerso nel sole: colui che è mille spighe d'oro intrecciate. Esso si mostrerà al figlio dell'uomo a cui è celato il proprio passato", così era scritto.
Negli anni addietro, molte volte L'Obelisco si era ripetuto nella mente questa filastrocca popolare. Sarà perché avesse un suono familiare, sarà perché il giovane umano si sentiva coinvolto da questa storia, o perché non aveva mai smesso di chiedersi chi fossero i suoi veri genitori, che ancora in fasce lo avevano abbandonato in prossimità del villaggio di Battrabae, molte volte se la era ripetuta con incessante curiosità. Del resto erano molti fra i suoi conoscenti a credere che questo antico detto avesse a che fare proprio con lui: da parecchi anni non vi era notizia di un essere umano vivente, fra tutte le terre conosciute.
Alcune delle menti illuminate dell'epoca definivano il fenomeno della razza umana una 'bizzarria della storia': nessuna razza di creature si era mai sviluppata in fretta come quella degli uomini; in poche migliaia di anni era divenuta numerosissima ed estremamente potente ed evoluta, in cultura, in forza bellica, in ricchezza. Poi più nulla. Questi umani erano scomparsi altrettanto in fretta; non si sapeva come, o dove fossero andati. Ma in verità, nessuno ci faceva troppo caso, non i faucoguari del sud, e neppure le ninfe e i quotaz delle regioni dei laghi, tantomeno i battra o i gasteroidi che abitano le paludi variopinte. Gli umani avevano semplicemente fatto il loro tempo, così dicevano tutti, e il loro posto stava nelle favole e nelle storie del passato.
Ma L'Obelisco non apparteneva né alle une né alle altre, lui era vivo, ed era umano, come non se ne vedevano da lungo tempo. Per alcuni egli costituiva uno scherzo anacronistico di madre natura, altri sostenevano che tutto sommato gli uomini dovessero ancora vivere da qualche parte e il ragazzo ne era in qualche modo la prova. Fatto sta che L'Obelisco oramai non poteva più accontentarsi delle dicerie del suo villaggio, degli insegnamenti dei battra anziani, delle vaghe notizie sui suoi antenati narrate nei libri di storia. Aveva deciso da tempo di sapere cosa di vero ci fosse in quel poco che conosceva dell'umanità, voleva scoprire la sorte toccata ai propri padri: e l'unico modo che aveva era quello di verificare se una antica profezia legata alla sua gente fosse priva di fondamento oppure no.
Chiaramente, aveva anche tentato di portare avanti questa ricerca con metodi più convenzionali, ma né le biblioteche ancestrali di Cultopia, né le sfere di cristallo dei madracanti avevano fornito risultati soddisfacenti o attendibili; rivolgersi allo spirito sul Colle dei Nove Venti era la sua ultima e unica risorsa. E tutti concordavano che fosse quella la via giusta che il giovane dovesse intraprendere: la pensavano così anche gli arbutoli, e i giak, e persino i mutti di muschio che popolano le valli occidentali.
Seguendo i loro consigli, L'Obelisco si era incamminato verso il Colle dei Nove Venti, nel cuore dell'Akhàtuan; verso il luogo da cui, si racconta, scaturiscono le correnti d'aria che vanno a lambire le terre conosciute; Il luogo dove campi di cereali senza fine prosperano e crescono spontanei, indisturbati; dove per tutto l'anno è la calda estate di luglio; dove sempre sereno è il dì, sempre piovosa la notte.

Doveva essere quasi mezzogiorno. L'Obelisco si fece coraggio, e si incamminò nella distesa di grano, a passo lento ma deciso. Quella piana dorata di spighe pareva un mare, ma del tutto privo di increspature. Immerso in questo oceano nel quale affondava solo fino alla coscia, il ragazzo dovette ripararsi gli occhi dallo splendore abbagliante che gli si parava davanti. I suoi capelli biondi e la sua pelle solo leggermente brunita sembravano quasi mimetizzarlo in questa calda atmosfera. Con la stessa determinazione, quindi, si fermò; e stette immobile nella posa eretta e fiera che lo caratterizzava: il suo nome era L'Obelisco, e questa postura slanciata era il suo modo per darvi un significato concreto.
Già... il nome. Persino i lagomocri e i micossidi, entrambi noti per annoverare nomi fra i più strampalati che si siano mai sentiti, trovavano il nome del giovane uomo alquanto insolito; tuttavia egli era già più unico che raro per il solo fatto di essere un umano, un nome atipico addosso a lui non stonava di certo. Egli, dopotutto, lo portava con orgoglio: a quanto pare era il suo unico legame con i veri genitori, oltre a un piccolo pendente di bronzo con sopra inciso: "L'Obelisco". I suoi familiari adottivi di Battrabae avevano trovato il monile accanto al suo corpicino piagnucolante di pochi mesi, e lo avevano battezzato di conseguenza.
Ma ora, da questo preciso momento, altri, nuovi elementi avrebbero potuto ricondurlo ai suoi simili: se solo fosse riuscito a mettersi in contatto con lo Spirito del Grano di cui parlava la poesia; se solo, in questo giorno rovente, si fosse incontrato faccia a faccia con il proprio destino.

Poco più indietro era rimasto sulla strada sterrata l'ingegner Snale, che ormai da diversi giorni lo stava accompagnando, e certo non v'era da stupirsi se anche in un momento simile avesse ripreso a martellare con la sua usuale perizia. Era sufficiente che il suo aiuto non fosse richiesto per breve tempo, e subito ritornava a concentrarsi sul suo garacargo, applicando con estrema precisione e cautela le riparazioni, e le modifiche che aveva già da tempo pensato di apporvi.
Questa volta stava fissando una nuova placca metallica alla struttura, giusto sopra l'oblò sul lato destro. Quella vecchia era stata completamente arrugginita dalle piogge: era il tempo di rinnovarla. Due delle sue quattro antenne retrattili si erano intrufolate sotto il pannello, le altre due lo osservavano con precisione tecnica da sopra, in questo modo poteva avere una visione completa del nuovo componente nel momento stesso in cui questo veniva inchiodato alla parete. Poi, completata l'operazione, spalmò con cautela tutta la lastra con il suo fluido corporeo, come faceva usualmente: è risaputo che la schiuma di un gasteroide sia un ottimo fissante antiruggine.

Snale era stato di poche parole lungo il viaggio, del resto il suo incarico era di supportare L'Obelisco in questa specie di impresa, certamente non di fare salotto. E in virtù della sua distinta professionalità non aveva intenzione di svolgere compiti diversi da quelli assegnati.
Tuttavia era diventato improvvisamente loquace ai piedi del Colle dei Nove Venti. L'Obelisco s'era accorto che questo inaspettato tentativo di fare conversazione tradiva forse un'inquietudine inspiegabile, come se quel gasteroide percepisse in qualche modo il progressivo avvicinarsi di una forza segreta, invisibile. In verità erano loro che si stavano avvicinando, sempre più prossimi alla collina che si ergeva solitaria in mezzo alle aperte pianure, a rompere la monotonia del paesaggio. Lo stato di turbamento del compagno di viaggio aveva reso l'umano ancora più motivato sul da farsi.
Dopo aver risalito insieme buona parte del pendio settentrionale del colle, seguendo la mulattiera, L'Obelisco aveva chiesto di poter proseguire da solo, invito accolto con grande sollievo dall'ingegnere, che si era fermato e messo al lavoro; e questo pareva tranquillizzarlo a sufficienza.
I contadini dei terreni circostanti avevano messo in guardia i due viaggiatori da questo luogo: -Fareste meglio a starne alla larga, quel posto mette i brividi! -. Ma nessuno che fosse in grado di spiegare cosa ci fosse di realmente inquietante, era solo una sensazione che tutti avvertivano addentrandosi sul monte. Ebbene, L'Obelisco non era in grado di percepire questa 'presenza'; anzi il suo animo dapprima dubbioso e incerto, per la paura di scoprire che la leggenda non avesse alcun legame con la realtà, si era fatto più sicuro e sereno man mano che risaliva il pendio per la strada sterrata.
Si chiese se il fatto di essere umano fosse la causa di anche questa stranezza; o meglio: il fatto di essere l'unico umano, forse l'ultimo rimasto.

E ora era lì, nell'attesa che questa misteriosa essenza si manifestasse a lui.
Aspettò del tempo, e passò mezzogiorno. L'Obelisco Cominciò a pensare che dovesse essersi sbagliato, che nulla di vero ci fosse in questa profezia, o magari che non fosse sufficiente andare nel posto giusto e aspettare: magari era necessario compiere qualche gesto particolare, recitare una formula. Poi si rassegnò: - Che sciocco sono stato! -, si disse ad alta voce, - Credere ancora alle favole... dovrei crescere invece. Beh, è stato un bel viaggio -.
Ebbe il tempo di voltarsi indietro e guardare nella direzione dell'ingegner Snale, che era ormai a buon punto nella sua opera di restauro, quando L'Obelisco avvertì qualcosa; qualcosa che, gli parve, stesse accadendo proprio di fianco a lui. Volse lo sguardo nella direzione che stava fissando poco prima: qualcosa stava veramente accadendo.

Comments

Comment Comment posted by Psilvi (375) on March 3, 2007 5:22:34 PM UTC

Avevo in mente di cominciare una storiella di avventura stile fantiastico. Doveva esserci un protagonista con un nome decisamente improbabile, e un gruppetto di creature balorde al suo seguito. Nel passaggio che ho scritto compare questo coso che, per come la vedo io, è tipo una lumaca, e fa lo stagnino o attività simili. Adesso cosa potrà succedere? Forse compare questo bestio, che-diavolo-è-non-lo-so-neppure-io, o magari la scena potrebbe cambiare completamente e introdurre un altro poersonaggio che avrà a che fare in futuro con L'Obelisco e la sua quest. Chissa?


Comment Comment posted by alex (169) on March 8, 2007 9:47:01 AM UTC

L'inizio è probabilmente uno dei più originali, direi che promette davvero bene.


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